L’avevamo già assaggiata in una delicata versione natalizia, quasi come un primo sussurro. Nel tempo, Franco Simone l’ha affinata, fatta crescere, lasciando che maturasse fino a diventare ciò che è oggi: un brano potente, sincero, impossibile da ascoltare restando indifferenti.
Già dalla copertina si percepisce la profondità dell’opera: una scultura, opera del fratello Donato, che sembrava aspettare proprio questa occasione per conquistare un posto d’onore, come se anche l’arte visiva volesse unirsi al messaggio della canzone. A guardarla, riaffiora un ricordo, e torna quella frase che appartiene anch'essa alla storia familiare dei Simone: “la mia rabbia piena”. Una rabbia non gridata, ma raccontata. Una rabbia che è sentimento, coscienza, presenza.
“Cara Palestina” è un brano che arriva dritto dove deve arrivare: nel cuore, nell’anima, e poi resta. Simone non cade nella trappola della retorica, non scivola nel linguaggio dei politicanti, non si lascia invischiare da schieramenti o slogan. La sua è una denuncia umana, personale, profondamente empatica. È un gesto d’amore e insieme un grido. È un nuovo capitolo del suo percorso: una perla preziosa, forgiata nell’emozione e nella responsabilità.
A raccontare al meglio lo spirito del brano sono le parole dello stesso Franco Simone, che ha accompagnato l’uscita della canzone con questa dichiarazione intensa:
“Le canzoni si spiegano da sole, con le parole e con le note che le accompagnano. Questa mia canzone, dedicata ad una terra martoriata, è nata come uno sfogo contro l’indifferenza che credo sia diventata il peggior male dei nostri tempi. Non è importante stabilire se si tratti di genocidio, di sciagura casuale, di fatalità ineluttabile. Vedere i bambini di Gaza esposti alla fame, al freddo, alla violenza, spesso, troppo spesso alla morte, dovrebbe essere sufficiente per provare un senso di nausea, di rifiuto, di potente ribellione.
Il vero centro di “Cara Palestina” è proprio questo: un invito a non voltarsi dall’altra parte, a non lasciarsi divorare dall’abitudine o dall’apatia, a riconoscere la sofferenza umana ovunque essa si manifesti.
Franco Simone, ancora una volta, dimostra che la musica può essere uno spazio di verità. E che anche quando non può cambiare il mondo, può cambiarci dentro. E questo, spesso, è l’inizio di tutto.
Antonio Nardi
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